DOMENICA DELLE PALME anno A
DOMENICA DELLE PALME anno A

DOMENICA DELLE PALME anno A

Veramente costui è Figlio di Dio!

(Mt 26,14-27,66)

I primi discepoli di Gesù che, diversamente da noi, non conoscevano l’epilogo della vicenda, sono piombati nell’angoscia e nello sconforto e si sono sentiti profondamente disorientati dalla morte di Gesù avvenuta in quel modo. Gesù aveva mostrato compiute in sé le attese messianiche del momento. Il suo messaggio era pieno di speranza. Le sue azioni miracolose davano una dimostrazione pratica che un nuovo stato di cose era cominciato. L’annuncio del perdono e della misericordia aveva fatto sentire in profondità cosa significa che Dio era Padre di ogni uomo. Tutto lasciava ben sperare un successo finale. La morte di Gesù in croce rimetteva in questione tutta la sua predicazione e la sua attività. Secondo la mentalità del tempo, Dio ha effettivamente abbandonato il suo Messia lasciandolo morire sulla croce. Gesù ha fallito perché è finito nell’ignominia e nell’infamia, come i più depravati criminali. Per gli avversari di Gesù questa era la prova più convincente che Dio non stava dalla sua parte (27,39-43).

Nell’orto degli ulivi troviamo sulla bocca di Gesù la chiave per capire cosa stava succedendo: “Tutto questo è avvenuto perché si adempissero le Scritture dei profeti” (Mt 26,52-56). In Gesù si adempiono le parole della Sacra Scrittura che parlano dell’avvento glorioso di un Messia, re e profeta, ma non solo. Nell’Antico Testamento si trova la figura del giusto sofferente e perseguitato che Dio, alla fine, “vendica”, ristabilendolo nei suoi diritti di fronte ai suoi avversari. Un esempio è Giuseppe, figlio di Giacobbe che, venduto come schiavo dai suoi fratelli, diventa viceré d’Egitto e salva la sua famiglia e il suo popolo dalla carestia (Gen 37-50). Dio trasforma il male iniziale in un bene finale e “vendica” Giuseppe ristabilendo la giustizia a favore dell’innocente e convincendo i colpevoli dei lorotorti. Anche la maggior parte dei salmi che si presentano come preghiere di “giusti sofferenti”: “Signore, quanti sono i miei oppressori! Ma tu sei mia difesa, mia gloria e sollevi il mio capo” (Sal 3; 7; ecc.). La preghiera è basata sulla certezza che Dio esaudirà il giusto e spesso si conclude con una azione di grazie per la giustizia ristabilita in suo favore. Il profeta Geremia s’identifica in diversi brani con questa figura. “Ero come un agnello mansueto che viene portato al macello” (Ger 11,18-23; 17,14-18). Il giusto sofferente appare anche nei libri di Daniele e della Sapienza. Ma il Nuovo Testamento sceglie con predilezione il testo di Isaia 52,13-53,12, perché la riabilitazione del giusto, in questo caso, avviene dopo la sua morte ed è finalizzata a espiare i peccati altrui: il giusto muore al posto di altri, “per” gli altri che sono così salvati.

“Voi sapete che fra due giorni è Pasqua che il Figlio dell’uomo sarà consegnato per essere crocifisso” (Mt 26,2). Con queste parole Gesù ricorda i precedenti annunci della sua passione e morte e mostra di essere cosciente di ciò che si sta realizzando: la sua morte ignominiosa è voluta da Lui, non dalle trame dei suoi avversari. Il verbo consegnare (gr. paradidomi) è tradotto anche con tradire: non è solo Giuda colui che lo tradirà (26,14-16ss.), ma saranno anche i suoi che tutti lo abbandonano e fuggono (26,56); sono i sommi sacerdoti e i capi del popolo che lo consegnano a Pilato (27,2); Pilato sa che glielo hanno consegnato per gelosia (27,18), ma, per puro calcolo politico, non lo libera e lo consegna ai soldati perché lo crocifiggano (27,26). Anche da morto Gesù viene consegnato, questa volta in mani amiche per una dignitosa sepoltura (27,58). Gesù viene consegnato da tutti, da tutti tradito, ma questo è possibile solo perché Lui consegna sé stesso alla morte: “Per questo il Padre mi ama: perché io offro la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie, ma la offro da me stesso (Gv 10,17-18).

L’episodio del pentimento di Giuda, riportato solo da Matteo, fa parte già della “vendetta” che Dio attua in favore di Gesù: convince il colpevole del suo torto. Giuda prende coscienza di aver tradito il Giusto e nella sua bocca è posta la dichiarazione: “Ho peccato, perché ho tradito il sangue del giusto” (27,4).Una voce fuori campo, per niente coinvolta nella faccenda, dice la parola chiave, per interpretare la passione e morte di Gesù: “Non avere a che fare con quel GIUSTO; perché oggi fui molto turbata in sogno per causa sua” (Mt26,19).Intervengono a favore di Gesù le persone più lontane e più disprezzate dalla cultura ebraica: una donna, moglie del procuratore romano e, più tardi, il centurione romano e i suoi soldati. Saranno questi, infatti, a dare la giusta interpretazione ai segni escatologici che accompagneranno la morte di Gesù e che staranno a dimostrare che la sua storia non è finita: Il centurione e quelli che facevano la guardia a Gesù, sentito il terremoto e visto quel che succedeva, furono presi da grande timore e dicevano: “Veramente costui era FIGLIO DI DIO!” (Mt 27,54).

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *