XXV Domenica del Tempo Ordinario, anno A
XXV Domenica del Tempo Ordinario, anno A

XXV Domenica del Tempo Ordinario, anno A

GLI ULTIMI E I PRIMI

(Mt 20,1-16)

La parabola che Gesù racconta nel vangelo di oggi ad una prima lettura è veramente sconcertante, perché ci fa sembrare Dio ingiusto: Egli dà lo stesso salario a chi ha lavorato un’ora sola e a chi ha lavorato tutto il giorno, faticando e sudando. Il concetto della “giusta” retribuzione divina che Gesù ci rivela è piuttosto complesso. Infatti la liturgia pone come prima lettura un testo molto pertinente di Isaia:«I miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie. Oracolo del Signore» (cfr. Is 55,6-9). Inoltre la parabola termina con un’affermazione altrettanto sconcertante: «Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi» (Mt 20,16). Non è facile per noi umani sintonizzarsi con il pensiero di Dio, anche se Gesù ha gettato un ponte: Lui che era Primo e Unico Figlio si è fatto servo di tutti, si è fatto ultimo, per salvarci. Noi possiamo entrare nel suo progetto di salvezza, nel suo pensiero, seguendo Gesù e fidandoci di Lui.

Il padrone di casa sembra molto ansioso nella ricerca degli operai per la sua vigna. Esce di casa all’alba e poi altre quattro volte per cercare lavoratori. Con i primi si accorda per un denaro al giorno. Al secondo gruppo dice semplicemente “quello che è giusto ve lo darò”. Nessuno obietta niente, neanche i primi (finora!), perché un denaro, ciò che è necessario per vivere un giorno, è una paga corretta per le usanze del tempo. Ma poi il padrone continua tutto il giorno a cercare lavoratori, si interessa al problema della disoccupazione. Non sembra più spinto dalla necessità di trovare operai, ma dal desiderio di far lavorare tutti: non è giusto che la gente stia senza far niente!

Arrivato il momento di distribuire il salario, il padrone ci stupisce ancora, perché comincia dagli ultimi, non solo, ma lo fa sotto gli occhi di tutti quelli che vengono prima. Quasi per provocarli, per vedere la loro reazione.  «Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma anch’essi ricevettero ciascuno un denaro». Ovvio che scatta la protesta. Ma il padrone dà una strana risposta: «Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?». Se io voglio dare anche all’operaio dell’ultima ora il necessario per vivere, a te che importa? Io tratto te con giustizia e lui con generosità. «Oppure tu mi guardi con occhio cattivo perché io sono buono?» (traduzione letterale).

Dunque Gesù sta insegnando il modo di fare di Dio che va oltre la giustizia distributiva e trasborda nella generosità gratuita. Dio è generoso e ci insegna ad esserlo. Non dimentichiamo che Gesù sta parlando a ebrei, eletti per conoscere a amare il vero Dio, il Dio di Israele. Ma ora essi sono chiamati ad andare oltre, a superare ogni confine: Dio vuole estendere il suo amore, la sua elezione, a tutti i popoli, ai giusti e ai peccatori. Pe questo ha mandato Gesù, suo Figlio, a versare il suo sangue per noi, per riscattarci dalla nostra situazione di peccato, di allontanamento da Dio.

            Gesù ci insegna a guardare il fratello con sguardo buono e pietoso, come lo guarda lui, superando ogni barriera dettata dall’invidia e dalla rivalità.

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