XXIII Domenica anno A
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Cosa fare se il tuo fratello pecca

(Mt 18,15-20)

“Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te…”: i discepoli di Gesù non sono confermati in grazia. Perciò il Signore nel suo lungo discorso ecclesiale (cioè: rivolto alla comunità dei credenti) prende in considerazione questa possibilità e dà delle indicazioni precise, che, di solito, vengono puntualmente ignorate, anche ai giorni nostri. Quando gravi peccati pesano sulle nostre famiglie e sulle nostre comunità, confrontiamoci con questa pagina del vangelo e cerchiamo di metterla in pratica. Gesù insegna quali sono i passi da compiere per una vera ed efficace terapia di correzione fraterna. Prima di tutto notiamo che il fratello continua a restare tale anche se commette una colpa (contro di te o contro altri). Nella parabola del Padre misericordioso, il fratello maggiore quando parla del suo fratellino scapestrato, lo chiama “tuo figlio”, rivolgendosi al padre: lui lo aveva già scomunicato dal suo cuore. Qui la prima indicazione che Gesù dà è questa: il fratello che pecca contro di te è e rimane “tuo fratello” (Lc 15,32). Quando si fa parte della Famiglia di Dio, si rimane sempre figli del Padre, fratelli di Gesù e, quindi, fratelli tra di noi, anche se si commettono colpe che possono incrinare o rovinare le relazioni fraterne.

Prima di tutto, dice Gesù, non bisogna disinteressarsi del problema, ma è necessario cercare il fratello colpevole, chiamarlo in disparte e: “ammoniscilo fra te e lui solo!”. Questo è il suo comando.Il primo passo è anche il più difficile. Sia continuare ad amare il colpevole come un fratello, sia cercarlo e parlargli a tu per tu per portarlo a riconoscere il male che ha fatto. Solitamente noi cominciamo dal terzo passo: “Dillo all’assemblea!”. Ci piace andare in giro e far sapere a tutti le colpe degli altri. L’ultimo a venire a conoscenza delle proprie colpe è proprio l’interessato! In questo non imitiamo per niente Gesù che è sempre stato discreto e delicato nell’accostare i peccatori e ha sempre cercato prima di tutto un incontro a quattr’occhi con loro. Vedi, ad esempio, come si comporta nei confronti dell’adultera (della quale non si dice il nome, come nel caso della peccatrice pubblica di Lc 7,37ss): mette in difficoltà i suoi accusatori cosicché essi si ritirano e Lui rimane a tu per tu con lei (Gv 8,1-11). Non le dice che è una santa! Però la riabilita nella sua dignità di donna, la perdona e la congeda con l’esortazione a non peccare più. La convince del suo peccato, però prima la accoglie e la tratta con rispetto, delicatezza, amore. La tratta come una sorella e, così facendo, la allontana dal suo peccato (e dai suoi accusatori!). Non possiamo convincere di peccato (“ammonire”) una persona che prima non si sia sentita accolta e amata con i suoi limiti e le sue qualità. L’obiettivo è quello di “guadagnare il tuo fratello”. Ogni fratello è un capitale, un tesoro da tenersi caro o da recuperare se si perde, come la pecora o la dramma perdute e ritrovate da chi le ha ritenute più preziose della propria vita. “Chi riconduce un peccatore dalla sua via di errore, salverà la sua anima dalla morte e coprirà una moltitudine di peccati”, dice Giacomo (Gc 5,20). La mia salvezza è legata a quella del mio fratello.

Il secondo passo da compiere, eventualmente, è quello di farsi aiutare da un’altra persona o al massimo da altre due, per cercare di risolvere il problema. Più sotto Gesù parlerà dell’efficacia della preghiera fatta da almeno due fratelli sintonizzati sulla stessa lunghezza d’onda (symfonesosin). Per riguadagnare il colpevole è necessario pregare il Padre che, sicuramente (garantisce Gesù) vedendo la solidarietà nella preghiera, concederà ciò che viene chiesto.

Il terzo passo è il ricorso all’assemblea (ekklesia). È uno dei pochi passi in cui si trova questo termine, che indica specificamente la comunità dei credenti. Tutti i fratelli, che sono un cuor solo e un’anima sola (At 4,32), cercano una strategia comune per convincere colui che sta sbagliando. Solo se il fratello si ostina nella sua via di errore, allora bisogna lasciarlo andare: non fa più parte della comunità. È da considerare un pagano e un pubblicano. Nella comunità cristiana la scomunica ha sempre l’obiettivo di “guadagnare il fratello”, come dice Gesù nella parabola del padre misericordioso: il padre lascia che il figlio minore si allontani, lo lascia in balia di sé stesso, rimanendo però in vigile attesa del suo ritorno e preparando la festa da celebrare, perché è sicuro che ritornerà (se non altro per fame!). Il pagano e il pubblicano indicano due categorie di persone che non sono ancora state guadagnate al vangelo: non sono dannati, sono le persone da evangelizzare a cui Gesù invia i suoi discepoli (Mt 28,19-20).

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