IO SONO IL BUON PASTORE
(Gv 10,1-10)
“In verità, in verità io vi dico”: è una formula solenne di difficile traduzione letterale (in greco e in ebraico suona: amen amen): “Affermo con assoluta certezza”; “Dichiaro in modo insindacabile”. Nel giudaismo e nell’uso della Chiesa si pone sempre alla fine di un discorso o di una preghiera. Gesù, invece, lo pone all’inizio di alcune sue affermazioni, conferendo così solennità e sottolineando l’importanza delle parole che sta per pronunciare. Il primo termine di paragone è la figura del ladro-predone. Il ladro ruba entrando nelle case, il predone rapina per strada. Ambedue agiscono di nascosto e di sorpresa, raggirando il prossimo per appropriarsi di ciò che non gli appartiene. Altro aspetto comune è la violenza, che veniva usata senza tante remore nei confronti della vittima (cfr. Lc 10,30: “Un uomo incappò nei predoni che lo spogliarono, lo percossero, lasciandolo mezzo morto”). Gesù parla di un tipo particolare di ladri-predoni: coloro che tentano di accaparrarsi, con la violenza e il raggiro, le pecore che appartengono al pastore. Questi non sono autorizzati a entrare nel recinto. “Colui che entra dalla porta è pastore delle pecore”: nell’AT è Dio il pastore per eccellenza che si prende cura del suo popolo (cfr. Sal 22; 78,52-53; Is 40,11; Ger 31,10); ma questa funzione è partecipata ad altri, come Mosè (Is 63,11) e poi Giosuè (Nm 27,17), Davide (2Sam 5,2; Sal 78,70-72), i sacerdoti (Ger 2,8). In particolare, mentre prende corpo una forte polemica contro “il pastore stolto che abbandona il gregge” (Zc 11,5-7), la metafora è applicata a più riprese al Messia davidico che raccoglie le speranze di tutto il popolo (Ez 34,11-16.23-24; 37,24-25; Mi 5,1-3). Gesù identificherà sé stesso come il pastore veramente affidabile con il quale si può stare al sicuro (v. 11). Gesù sottolinea il contrasto tra le due figure del ladro – predone e del pastore delle pecore: quest’ultimo solo è legittimato a entrare per la porta, per il legame stretto e veritiero che lo unisce alle pecore (Alleanza). Lui è il pastore che appartiene alle pecore. Tra il gregge e il pastore c’è un legame di reciproca appartenenza, di comunione e sintonia profonda. Appare qui un’altra figura, quella del guardiano o, meglio, il portinaio, figura misteriosa che, appena accennata, scompare poi dalla scena per non riapparire più. Quando Gesù spiegherà la parabola continuerà a parlare del pastore contrapponendolo al ladro prima e al mercenario poi. Ma del portinaio nessun accenno. Questi ha un compito molto discreto, delicato: custodisce le pecore, discerne chi è il pastore e chi sono i ladri, apre la porta dando la possibilità al pastore di raggiungere e unirsi alle sue pecore. Cosciente del suo ruolo, svolge il suo compito senza far confusione. Quando arriva il pastore, gli apre la porta e poi si ritira. Proprio come Giovanni Battista, l’amico dello Sposo che, con il suo semplice gesto di riconoscere il padrone e di aprirgli subito attesta: “Nessuno può prendersi qualcosa se non gli è stata data dal Cielo… Non sono io il Cristo…Chi possiede la sposa è lo Sposo (Gv 3,27-30). Dopo una notte buia e disturbata dalla presenza di predoni notturni, l’arrivo del pastore porta la luce e nuova vitalità. Il portinaio è stato al suo posto. Le pecore hanno atteso e ora sono pronte a seguire la chiamata del pastore. Egli le chiama per nome, una ad una. Chiamare per nome significa ratificare il proprio possesso, stabilire un rapporto di reciprocità: “Io ti ho chiamato per nome: tu mi appartieni” (Is 43,1). Significa anche liberare dalla schiavitù: “Dall’Egitto ho chiamato mio figlio” (Os 11,1). Il Pastore chiama le sue pecore non per consegnarle alla pigrizia e lasciarle nella calda sonnolenza del recinto, ma le costringe a uscire. Tutte senza eccezioni sono letteralmente “gettate fuori” “scacciate fuori”. Nessuno si può sentire dispensato dall’agire andando fuori, in missione. Appena chiamate fuori le sue pecore, Gesù si mette in testa, cammina davanti a loro: “Vi ho dato infatti l’esempio, perché come ho fatto io facciate anche voi” (Gv 13,13.15). È l’unico Maestro di cui ci possiamo fidare pienamente: tutto quello che Lui ci comanda di fare, lo ha fatto per primo. Nell’atto di uscire le pecore ascoltano la sua voce. Poi lo seguono perché riconoscono la sua voce. Queste pecore sono tutt’orecchi! La voce del pastore è quella che le fa scattare e le guida nella via da seguire. Non si perdono, perché sono assuefatte alla sua voce e non la confondono con altri richiami. Nel v. 10 Gesù contrappone se stesso come “porta delle pecore” al ladro: tutti coloro ai quali Gesù non conferisce l’ufficio legittimo di pastore massacrano il gregge. Contrariamente a Lui (e ai pastori che gli somigliano!) che, invece, dà la vita per le sue pecore (10,15.17-18).
