Sei semplicemente servo!
(Lc 17,5-10)
5Gli apostoli dissero al Signore: 6«Accresci in noi la fede!». Il Signore rispose: «Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: “Sràdicati e vai a piantarti nel mare”, ed esso vi obbedirebbe.
7Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà, quando rientra dal campo: “Vieni subito e mettiti a tavola”? 8Non gli dirà piuttosto: “Prepara da mangiare, stringiti le vesti ai fianchi e servimi, finché avrò mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai tu”? 9Avrà forse gratitudine verso quel servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti? 10Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”».
Gesù ha appena rivolto la sua parola a tutti i discepoli (17,1) dando delle indicazioni preziose per i rapporti che devono intercorrere tra i fratelli della comunità cristiana. Avverte tutti di stare molto attenti a non diventare causa di scandalo per i piccoli. Indurre un fratello più debole al male è gravissimo, perché la comunità deve essere luogo di misericordia e di attenzione amorosa per i più piccoli. Altrettanto deve essere un luogo dove regna il perdono. Non solo un perdono sentimentale e buonista, ma che sa condurre alla conversione il fratello che sbaglia. La Chiesa non è una sètta di puri, chiusa ai peccatori. Ognuno è cosciente di essere un peccatore accolto e perdonato dal Padre (Lc 15), salvato da Gesù. Perciò reso capace di accoglienza e di perdono per essere testimone della salvezza che lui stesso ha sperimentato.
All’udire queste dichiarazioni, gli apostoli si sentono totalmente (e sinceramente) incapaci di seguire il loro Maestro in questo. Perciò gli rivolgono questa richiesta: “Accresci la nostra fede!”. Non scandalizzare i piccoli, perdonare e accogliere, sembra un compito troppo arduo, soprattutto a chi è chiamato a svolgere un ministero di guida nella Chiesa. Gesù dà una risposta non certo lusinghiera: “Se aveste fede!”. Chi ascolta (o legge) la sua Parola un barlume di fede ce l’ha già. O almeno crediamo di aver ricevuto il dono della fede nel battesimo e per mezzo dei sacramenti… Ma Gesù dice che non basta. La fede non va conservata come un deposito in banca, ma va esercitata, altrimenti è come non averla! Deve dare frutto. È una potenza da mettere in atto. Serve per spostare le montagne (Mc 11,23) o, almeno, per trapiantare un gelso… È un’immagine paradossale. A che serve spostare una montagna o sradicare un albero e piantarlo nel mare? Vuol dire che la fede è la capacità, donataci da Dio, di fare l’impossibile. Si può non essere di scandalo al fratello, anzi togliere dalla sua strada le pietre d’inciampo, e diventare strumenti di salvezza per lui, se accogliamo a braccia aperte il Vangelo, se abbiamo piena fiducia in Gesù. Se ammettiamo di essere peccatori, bisognosi della salvezza e della misericordia di Dio, sperimenteremo il perdono e saremo perciò messi in grado di accogliere, di perdonare, di portare a conversione i fratelli. Questo è spostare le montagne e i gelsi, togliere dal nostro cammino gli ostacoli che ci impediscono di seguire il Signore.
Gesù, nei versetti che seguono, fa capire chiaramente quale deve essere la prospettiva di colui che vuole vedere la sua fede accresciuta, rafforzata, potenziata; la prospettiva degli apostoli, in particolare, di coloro che Gesù chiama e invia per annunciare il Vangelo. Il cristiano deve essere servo, semplicemente servo (non inutile! il servo è sempre utile!). Ma sul serio! Non tirarsi indietro quando si tratta di lavorare a lungo e duramente: arare, far pascolare il gregge, preparare la mensa del Signore. L’apostolo è mandato ad arare i campi, a preparare il terreno (i cuori!) per accogliere il seme del Regno. Si tratta di togliere i sassi, di sarchiare la terra, per renderla tenera e accogliente. Non è facile preparare i cuori ad accogliere Gesù! Ci vuole costanza, pazienza, amore. L’apostolo deve pascolare il gregge. Una volta che le pecore hanno ascoltato le parole del Maestro e sono entrate nell’ovile, non possono essere abbandonate a sé stesse! Hanno bisogno di cure continue e attenzioni. E, giunta la sera, ancora non si può riposare, perché c’è da preparare la cena per tutta la famiglia. Inoltre, non ti devi attendere gratitudine o gratificazioni. Tutto ti è già stato donato. La grazia per te è già stata sovrabbondante. Sei stato comprato a caro prezzo. Sei stato riscattato. Vivi insieme con il tuo Signore, appartieni a Lui. Lui è la tua ricchezza, il tuo tesoro, la tua dimora stabile ed eterna. Non ti resta che amare. Fare tutto bene per amore. Infatti, nessun compito è troppo difficile per colui che si sente amato e ama. In modo, perciò, urtante e provocatorio (a chi piace l’idea di essere un servo – schiavo? di appartenere a un altro?) Gesù dichiara apertamente ai suoi che cosa si aspetta da loro: come Lui è venuto per servire e non per essere servito, così devono fare anch’essi. Siamo servi, semplici servi. Come S. Paolo, che a più riprese, chiama sé stesso “servo”, anzi “schiavo” di Cristo e ritiene suo dovere annunciare gratuitamente il vangelo: “È una necessità che mi si impone…Pur essendo libero da tutti, mi sono fatto servo di tutti per guadagnarne il maggior numero… Mi sono fatto tutto per tutti, per salvare ad ogni costo qualcuno” (1Cor 9, 16-22).
