11 ottobre 2026 S. Giovanni XXIII
INVITATI A NOZZE
(Mt 22,1-14)
Il regno dei cieli non è un luogo, ma un mistero nel quale si può entrare solo se ci lasciamo prendere per mano da Gesù e condurre da Lui, proprio come ha fatto il nostro Santo Papa Giovanni XXIII. Il nostro Maestro ci ha detto chiaramente che il regno di Dio non si trova solo in cielo, ma anche in terra, dove è Lui (Lc 17,21). Nel vangelo di oggi lo paragona a un re che prepara un banchetto di nozze per suo figlio e manda a chiamare gli invitati. Essere invitati a nozze in quei tempi era per molti l’unica occasione per mangiare e bere a sazietà. Era la festa, un tempo per stare insieme tra amici e conoscenti in allegria e comunione.
Essere invitati a nozze significa partecipare alla gioia di Dio. La comunione con Lui, stare nella sua Casa, è gioia, è festa. Per questo è strano che coloro che già sono stati invitati non accorrano di loro spontanea volontà, ma ci sia bisogno di mandare i servi a richiamarli! Ancora più strano è che, richiamati, non vogliano andare. Il re, come nella parabola della vigna di domenica scorsa, manda un secondo gruppo di messaggeri con l’incarico di precisare che “tutto è pronto!”, nessuno deve portare niente, il banchetto è assolutamente gratuito e abbondante: si tratta solo di condividere la gioia di stare insieme. Ma gli invitati sono insofferenti, quasi annoiati: non vogliono recarsi alla festa. È così difficile accogliere il Dio della gioia, il Dio della festa? È così difficile pensare che a stare insieme con Lui c’è tutto di guadagnato? È così difficile pensare che nella casa del Padre si sta bene e che quello che Lui ci offre è molto di più dei nostri campi e dei nostri affari? È pigrizia o cecità quella degli invitati? Come nella parabola della vigna, il rifiuto è tale da arrivare all’insulto e all’uccisione dei messaggeri. Il re fa giustizia prontamente. Gli assassini muoiono e le loro città sono date alle fiamme. In linguaggio biblico significa che il frutto, la conseguenza della malvagità umana è la morte. Chi accoglie la Parola di Dio, vive ed è felice. Chi la rifiuta, indurisce il suo cuore e s’incammina verso la disperazione, l’angoscia e la morte.
Ma il re vuole assolutamente condividere la sua festa con qualcuno. Allora allarga l’invito “a tutti”. Spalanca le porte della sua casa, non più in esclusiva per il popolo eletto, ma per “buoni e cattivi”. Quindi non c’è una graduatoria, non si bada alle benemerenze, neanche per i posti a tavola. Dio allarga le braccia a tutti. E, secondo l’uso orientale, provvede il re stesso a disporre che i suoi ospiti siano lavati, profumati, rivestiti. Per dirla con S. Paolo: “Cristo ha amato la Chiesa e ha dato sé stesso per lei, per renderla santa, purificandola per mezzo del lavacro dell’acqua, accompagnato dalla Parola, al fine di farsi comparire davanti la sua Chiesa tutta gloriosa, senza macchia, né ruga o alcunché di simile, ma santa e immacolata” (Ef 5,25-28).
Ma anche quando si fa parte della seconda schiera di chiamati c’è ancora la possibilità che qualcuno si senta fuori posto nella festa: tra tutti quei “buoni e cattivi”, ugualmente salvati e rivestiti con abiti nuziali, c’è qualcuno che se ne sta mesto e solitario, in margine al gruppo. Il re lo nota, perché non indossa l’abito della gioia, che pure gli era stato donato, come a tutti gli altri!
Il nostro volto esprime la gioia dei risuscitati? Oppure pensiamo che sia necessario caricare sulle nostre spalle la tristezza del mondo? Ma Gesù ha già fatto questo per noi e al posto nostro, per liberarci da ogni gravame di schiavitù! Per questo ora per il cristiano la gioia è un ordine: “State sempre lieti…Questa è la volontà di Dio in Cristo Gesù verso di voi” (1Tess 4,16). La gioia del cristiano non è evasione, ma è la forza che gli viene dalla fede in Cristo Gesù, morto e risorto. Solo la gioia ci rende testimoni credibili.
“Molti sono chiamati, ma pochi eletti”, conclude Gesù, sottolineando il contrasto tra la magnanimità divina e la ritrosia umana. Per Lui sono sempre troppo pochi quelli che lo seguono con gioia, quelli che accolgono con gratitudine il suo amore e l’invito del Padre suo. Con lo splendore di Cristo sul volto e il cuore pieno di gioiosa speranza noi possiamo essere per il mondo il sorriso di Dio. In questo S. Giovanni XXIII è stato un esempio stupendo! I più anziani tra noi lo ricordano per il suo volto che esprimeva sempre pace e serenità, pur essendo esperto di umanità.
