SS. TRINITA’ anno A
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SS. TRINITA’ anno A

Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito

(Gv 3,16-18)

16Dio, infatti, ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. 17Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. 18Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio.

Viene spontaneo dire: “Ecco il cuore del vangelo di Giovanni!”. Anche se molte volte leggendo lo stesso vangelo con attenzione si nota la capacità dell’autore di interpretare un medesimo tema con accenti diversi. Ma qui siamo proprio nel cuore non solo del quarto vangelo, ma del vangelo stesso, della buona notizia cristiana. Questo infatti è il Kerigma, l’annuncio gioioso e appagante da gustare e gridare con tutte le forze: “Dio ha tanto amato il mondo da donare il suo Figlio unigenito”.

Siamo solo al terzo capitolo del vangelo di Giovanni e, leggendolo di seguito, si rimane impressionati e come travolti da un vortice che parte dall’alto, dalle sfere divine, e piomba sulla terra colpendo prima di tutto attraverso la predicazione e la testimonianza dell’infuocato profeta del deserto che è il Battista. La potenza travolgente del Logos divino incarnato in Gesù entra con virulenza nientemeno che nel tempio sacro di Gerusalemme, la città santa. Ora Nicodemo va da Lui di notte e riceve la grande rivelazione del perché di tutto questo movimento: da dove è partito questo tornado? Inaspettatamente questo giovane Rabbi, che il vecchio e saggio Nicodemo riconosce come “venuto da Dio” (Gv 3,2), dichiara che Dio, il Dio creduto e adorato con sacro timore dagli ebrei, il Dio dal quale anche un vecchio, esperto della vita, persona colta, cresciuta alla scuola delle Sacre Scritture, si lascia sorprendere, il Dio di Mosè e del roveto ardente, il Dio che ha parlato con voce di tuono, nella nube oscura, dettando la sua Legge dall’alto del Sinai, questo Dio “ha tanto amato il mondo da donare il suo Figlio”. La fonte di tutto è l’Amore. Non un amore qualunque. È più grande dell’amore-eros, della passione che tende a inglobare l’altro per riempire un proprio vuoto e un’assenza. È più grande dell’amore–filia, l’amicizia che suppone una piena reciprocità e comunione di sentimenti e di intenti. È un amore più grande, che li comprende tutti, ma li supera: Dio è amore-agape (1Gv 4,8). È amore incondizionato: niente lo provoca, perché è all’origine di tutto. È un amore fontale, per così dire, è la sorgente di tutto. Non lo puoi meritare, perché viene prima di te. Anzi tu stesso sei frutto di questo amore: se Dio non ti avesse amato per primo, tu non saresti mai esistito. Ma a Dio non è bastato darti la vita, che è già un grande dono, ma ha voluto darti tutto sé stesso e, più di sé stesso, ha voluto darti suo Figlio. Chi ha un figlio, o più figli, qualsiasi mamma o papà sa per esperienza che il figlio è ciò che ha di più prezioso. Ogni genitore ama il proprio figlio più di sé stesso. Per questo Dio, il Padre ha voluto dare a noi più di sé stesso: il proprio Figlio Unigenito. Ci ha tanto amato da donarci il Figlio unigenito. Non lo ha semplicemente inviato, né solamente dato, ma lo ha consegnato nelle nostre mani, perché ne facessimo “quello che volevamo”: lo accogliessimo, lo adorassimo, lo amassimo. Con la nostra libertà, però, eravamo in grado anche di non accoglierlo, di respingerlo, di contestarlo, addirittura di ucciderlo. Ma il Padre lo ha comunque consegnato all’umanità. Paolo per questo esclama estasiato: “Egli, che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha consegnato per tutti noi, non ci donerà forse ogni cosa insieme a lui?” (Rm 8,32); “Dio dimostra il suo amore verso di noi nel fatto che, mentre eravamo peccatori, Cristo è morto per noi” (Rm 5,6-8).

Dunque, l’amore del Padre precede tutto e si concretizza con l’invio del Figlio nel mondo. Anche se qui il testo non lo dice, è evidente che il mondo si trova in pericolo di morte. Infatti, la finalità dell’invio del Figlio è la salvezza. Ma il mondo non viene salvato in blocco dal semplice fatto della venuta dell’Inviato. C’è un’unica condizione: che ognuno creda personalmente. La scelta dell’uomo si realizza nel presente, nell’incontro con Gesù di oggi, ma ha una portata escatologica (le conseguenze non sono limitate a questa vita). Nell’Antico Testamento l’uomo che rispondeva alla proposta di Alleanza di Dio doveva mettere in pratica un insieme di precetti. Con la venuta di Gesù, invece, tutto si gioca intorno alla sua Presenza di uomo concreto: o credi nell’amore di Dio rivelato in Lui o lo rifiuti. Non c’è via di mezzo, non c’è sfumatura. L’evangelista divide l’umanità radicalmente in due gruppi: chi crede e si affida a Gesù ed è salvato; chi non crede e rifiuta l’amore di Dio in Gesù ed è già condannato, fin da questa vita, a vivere nelle tenebre. Il giudizio non è rinviato a dopo la morte, ma è qui ed ora. Accogliamo la provocazione che ci viene dal vangelo di oggi e domandiamoci sinceramente: io da che parte sto? Accolgo Gesù come mio Salvatore e Signore? O lo rifiuto e mi giro da un’altra parte? Sono disposto a seguirlo, ad ascoltarlo, a sceglierlo oggi, in questo momento? Sceglierlo significa entrare nel Regno di Dio, vedere il Regno di Dio, lasciarsi immergere nel suo amore, lasciarsi battezzare nello Spirito Santo. Entrare decisamente nella Famiglia divina.

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