«Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna»
(Gv 6,51-58)
51Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».
52Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?». 53Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. 54Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. 55Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. 56Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. 57Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. 58Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno».
Se domenica scorsa siamo entrati nel cuore del vangelo di Giovanni, oggi ci troviamo di fronte alle parole più scandalose dello stesso vangelo. Siamo abituati a chiamarlo “discorso del pane di vita” e possiamo non fare una piega leggendone la parte centrale che è proprio il testo presentato dalla liturgia di questa domenica. Ma se leggiamo tutto il capitolo 6 (vi esorto a farlo!) ci rendiamo conto che qui le parole di Gesù sono molto pesanti, segnano uno spartiacque, sono degne, dunque della massima attenzione. I Giudei increduli, la folla, i discepoli, gli apostoli stessi vanno in crisi perché “Questa parola è dura! Non si può sentire!” (v. 60). La Parola del vangelo di oggi è dura come un macigno. È sasso d’inciampo, pietra di scandalo. Storicamente ha provocato divisioni all’interno della Chiesa. È la rivelazione dell’Eucaristia la Parola più dura e difficile da accogliere. Gesù si offre per essere mangiato. Masticare la sua carne, bere il suo sangue: non è facile neanche per i cristiani cogliere il significato di queste parole. “Da allora molti dei suoi discepoli si tirarono indietro e non andavano più con lui” (v. 66). Anche tra i Dodici s’insinua per la prima volta lo spirito di divisione: “Giuda, figlio di Simone Iscariota: stava per tradirlo, uno dei Dodici” (v. 71). Ma questa parola può anche diventare occasione per la più bella e sublime professione di fede. Infatti, Pietro, a nome di tutto il gruppo degli apostoli rimasti fedeli, nonostante il profondo turbamento interiore, dichiara: “Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio” (vv. 67-68). Anche noi, che ci sentiamo rappresentati da Pietro, vogliamo ascoltare con orecchio attento le parole dure, ma piene di Spirito Santo e di vita (v. 63), annunciate oggi da Gesù.
“Io sono il pane vivo”: Gv ci ha abituati a questo linguaggio metaforico. Realtà inanimate come una strada, una porta, un tralcio di vite…, oppure l’acqua, la luce diventano vive sulle labbra di Gesù. Diventano spunto per rivelare qualcosa di sé stesso. Da quando il Logos si è incarnato, tutto diventa segno della sua presenza: ogni realtà terrena, feriale può rivelarci qualche aspetto inedito di Dio che ha piantato la sua tenda in mezzo a noi. Il pane è il cibo quotidiano essenziale per la vita fisica. Gesù vuole essere indispensabile per ognuno come il pane. Anzi Lui afferma che Dio è pane. La formula “Io sono” esprime l’identità di Dio nell’Antico Testamento. Dunque, Gesù è Dio-con-noi (“Io sono”) indispensabile come il pane quotidiano. Ma non è un semplice pezzo di pane fatto in casa da una brava madre ebrea: Lui viene dal cielo ed è Pane vivente, fonte di vita. È il Dio vivente che dà la vita piena e definitiva, che comporta anche il superamento della morte fisica e la risurrezione nell’ultimo giorno. Questa parte del discorso è ancora abbastanza digeribile, almeno per i discepoli di Gesù. Si fa riferimento alla sua persona come luogo della rivelazione e della comunione con Dio. In questo essi credevano. Avevano aderito alla sua parola. Ma Gesù approfondisce il discorso e lo rende più reale, concreto e indigesto quando dice: “Il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo”. Qui cominciano i problemi e le incomprensioni, espresse dai Giudei, avversari di Gesù, che sono impressionati dal riferimento concreto alla sua carne: “Come può costui darci la sua carne da mangiare?”. La domanda è legittima. Gesù la riprende per fare una dichiarazione ancora più forte: “Se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mastica la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna”. Anche noi ci sentiamo inorridire sentendo un’affermazione del genere! Tanto più gli ebrei, ai quali è esplicitamente proibito di mangiare carne (animale!) con il sangue, considerato principio vitale da spargere in segno di rispetto nei confronti di Dio, creatore di vita. Questa è la frase più scandalosa del vangelo di oggi: abbiamo davanti agli occhi l’immagine truculenta di un Uomo che offre sé stesso in cibo, specificando: tutto se stesso, compreso tutto il sangue caldo e fluente… Non ci possiamo tirare indietro: solo nutrendoci in tal modo di Lui avremo la vita vera e intramontabile. Solo chi mangia la sua carne e beve il suo sangue rimane in Lui, come il Padre dimora in Lui e Lui nel Padre. È indispensabile questo gesto se vogliamo entrare nella comunione piena con Dio. Vivremo per Lui, come Lui vive per il Padre se ci nutriremo di Lui.
Gesù lascia in sospeso i suoi interlocutori non dando ulteriori spiegazioni. Solo la notte prima di morire, durante l’Ultima Cena, quando istituirà l’Eucarestia, Gesù riprenderà questo discorso e allora sarà chiaro (!) ai suoi che questo nutrimento divino, indispensabile per il cristiano, ci viene offerto sotto le specie del pane e del vino che conosciamo e che possiamo vedere, toccare, mangiare. Non possiamo che fermarci estasiati di fronte a questa preziosa invenzione divina, a questo tesoro di gloria che Dio ci ha voluto lasciare. Non possiamo che sostare in riconoscente atteggiamento di adorazione di fronte a un Dio talmente grande che è riuscito a diventare piccolo come un pezzetto di pane pur di entrare in noi e renderci sua dimora in attesa del faccia a faccia che avremo in Paradiso.
