«Io sono con voi tutti i giorni»
(Mt 28,16-20)
16 Gli undici discepoli, intanto, andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato.
17 Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono. 18 Gesù si avvicinò e disse loro: «A me è
stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. 19 Andate, dunque, e fate discepoli tutti i popoli,
battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, 20 insegnando loro a osservare
tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».
Il vangelo di oggi costituisce l’ultima parte di Mt e ci offre un finale a sorpresa: Gesù non ascende
al cielo! Non se ne va proprio! Rimane con noi per sempre. Tutto il capitolo 28 di Matteo è
dedicato al giorno della resurrezione. Gesù risorto appare alle discepole che, dopo aver ricevuto il
messaggio dell’angelo, tornano di corsa a casa per annunciarlo ai discepoli maschi. L’angelo prima
e Gesù poi, convocano i discepoli, stranamente, in Galilea (la morte e resurrezione di Gesù sono
avvenute in Giudea, a Gerusalemme). C’è poi l’intermezzo delle guardie che, svenute
all’apparizione dell’angelo, si sono evidentemente riprese. Queste si recano dai sommi sacerdoti che
provvedono a corromperle e a coprire con un velo di menzogna l’imprevisto della scomparsa della
salma dal sepolcro. Il vangelo di oggi segue immediatamente questi avvenimenti. Protagonisti sono
gli “undici discepoli”. Un gruppo mutilato dopo la perdita di Giuda e che Matteo non si preoccupa
di reintegrare, perché il numero simbolico dei “dodici” ha valore in rapporto a Israele. Ma con la
condanna a morte del Messia questo rapporto speciale è finito. Il riferimento alla Galilea contiene
l’invito a rileggere il vangelo fin dall’inizio: il primo annuncio del regno dei cieli a favore del
“popolo immerso nelle tenebre e nell’ombra di morte” è avvenuto nella “Galilea delle genti”,
crocevia di tanti popoli, per manifestare l’universalità della salvezza (4,15). In questo stesso luogo
Gesù affiderà ai suoi l’incarico di proseguire la sua missione uscendo dai confini di Israele.
L’appuntamento stabilito da Gesù è sul “monte”. Anche questa precisazione geografica rimanda
all’attività di Gesù precedente la sua morte e resurrezione. Il primo grande discorso (5-7) nel quale
Gesù rivela chi sono le persone che fanno parte del suo regno e qual è la legge che vige in esso, è
fatto “sulla montagna” (5,1). Sul monte Gesù sosta a lungo in preghiera, da solo (14,23) o con
alcuni dei suoi (17,1). Sempre dopo essere salito su un monte compie molte guarigioni (15,30). Nel
luogo tipico della rivelazione, della salvezza e del contatto con Dio, Gesù convoca i suoi per
conferirgli il mandato per tutte le genti. Ma il monte è anche il luogo dove il diavolo ha proposto
a Gesù il dominio su tutti i regni della terra (4,8-10).
I discepoli, avendolo visto, lo adorano. Si prostrano ai suoi piedi riconoscendolo come Dio,
dopo la prova della sua vittoria sulla morte. Contrasta con questa affermazione il riferimento ai
dubbi. La fede, pur manifestata nel gesto spontaneo di adorazione, non è ancora solida. Gesù, però,
sembra incurante dei dubbi che ancora agitano i cuori dei suoi. Si avvicina e parla loro. Prima di
tutto fa una solenne dichiarazione: la sua signoria, il suo potere (exousìa, in greco) è pieno e
universale. Nel vangelo abbiamo già visto che Gesù insegna (7,29), perdona i peccati (9,6),
controbatte ai suoi avversari (21,23-24.27) con exousìa. Del suo potere messianico vengono resi
partecipi i discepoli (10,1). Ora, mediante la risurrezione, Gesù è costituito nel pieno esercizio del
suo potere e, come Dio, può essere proclamato “Signore del cielo e della terra” (11,25), cioè di
tutto l’universo. La pienezza della signoria è stata conferita a Gesù dal Padre, non da Satana che
aveva cercato di convincerlo a scendere a patti con lui (4,8-10), senza passare attraverso l’ignominia
della croce. Egli riceve la pienezza del potere dopo aver dato la sua vita in riscatto per tutti gli
uomini (20,28). La conseguenza della signoria di Gesù è la missione affidata ai discepoli. Prima
essi si dovevano rivolgere “alle pecore perdute della casa d’Israele” (10,5-6), esclusi i pagani e i
samaritani, ora la missione è universale. Nella prima missione storica, essi dovevano limitarsi ad
annunciare che il regno dei cieli era vicino e proporne i segni (10,7-8). Ora devono rendere
discepole di Gesù tutte le nazioni. Questa appartenenza a Gesù risorto si attua mediante il segno
battesimale e mediante la piena accoglienza e attuazione del suo insegnamento autorevole. Essere
discepoli di Gesù significa entrare a far parte della comunità dei battezzati. I battezzati sono
coloro che riconoscono di avere Dio per Padre e che vogliono essere immersi nella potenza dello
Spirito Santo. L’altra caratteristica del discepolo di Gesù è l’osservanza della legge espressa nel suo
insegnamento. L’appartenenza all’alleanza mosaica era manifestata nell’osservanza di tutto quello
che Dio aveva manifestato a Mosè. Così appartenere a Cristo implica imparare a mettere in
pratica il suo insegnamento. Ora Gesù ci lascia questa promessa: “Io sono con voi tutti i giorni,
sino alla fine del mondo”. Il vangelo si era aperto con un secondo nome di Gesù: “Emmanuele, che
significa Dio-con-noi” (1,23), si chiude con la promessa-garanzia-assicurazione di Gesù: “Io sono
con voi”. Con noi è Dio. Lo stesso Dio della rivelazione biblica (Es 3,14) assicura la sua
presenza quotidiana e permanente nella comunità dei cristiani.
