II DOMENICA ANNO A
II DOMENICA ANNO A

II DOMENICA ANNO A

«Io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio».

(Gv 1,29-34)

29Il giorno dopo, vedendo Gesù venire verso di lui, disse: «Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo! 30Egli è colui del quale ho detto: “Dopo di me viene un uomo che è avanti a me, perché era prima di me”. 31Io non lo conoscevo, ma sono venuto a battezzare nell’acqua, perché egli fosse manifestato a Israele».

32Giovanni testimoniò dicendo: «Ho contemplato lo Spirito discendere come una colomba dal cielo e rimanere su di lui. 33Io non lo conoscevo, ma proprio colui che mi ha inviato a battezzare nell’acqua mi disse: “Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza nello Spirito Santo”. 34E io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio».

Il giorno prima Giovanni Battista ha sostenuto un interrogatorio da parte delle autorità religiose dei giudei, intimorite dalla fama del predicatore rude e solitario che secondo l’opinione di alcuni poteva essere almeno un autorevole profeta se non il messia stesso (Gv 1,19ss). Loro, comunque, preferivano pensare che fosse un indemoniato (Mt 11,18). All’insidiosa domanda: “Tu, chi sei?” il Battista risponde nettamente: “Io non sono il Cristo…né Elia…né il profeta” (simile a Mosè). Delimita i suoi confini e poi afferma, senza contraddittorio: “Io? Voce che grida nel deserto”. Incarnava le attese d’Israele e la fiducia nel Dio che stava venendo in mezzo al suo popolo: “Ecco, il Signore viene” (Is 40,10). Come Isaia e tutti i profeti teneva fisso lo sguardo alle antiche promesse: Dio sarebbe venuto per liberare definitivamente il suo popolo dalla schiavitù che lo teneva lontano dalla comunione con Lui, vera terra promessa. Per questo preparava il popolo alla grande e definitiva venuta di Dio battezzando nelle acque del Giordano. Giovanni è il simbolo di tutto l’Antico Testamento, proteso verso la venuta del Salvatore.

“Il giorno dopo Giovanni vede Gesù venire verso di lui”. Gli inquirenti del giorno precedente sono scomparsi. Giovanni riceve in questo momento la rivelazione che comunica anche a noi, lettori del vangelo. Vedendo Gesù venire, dice: “Ecco!”, cioè, in greco: “Guarda!”. Ci fa alzare gli occhi verso Dio che viene, ma non con potenza: “Ecco l’agnello di Dio”. L’atto di testimoniare il Messia presente ha tolto il velo dallo sguardo del testimone stesso che lo riconosce e gli attribuisce un titolo che non si trova altrove nei vangeli: “Agnello di Dio”. L’agnello era il mite, candido, inconsapevole animale offerto quotidianamente in sacrificio dagli ebrei nel tempio, immolato e mangiato nelle case a Pasqua. Ma qui non si tratta di una vittima qualunque, designata per uno dei tanti sacrifici offerti dagli uomini a Dio. È Dio stesso che fornisce l’agnello: “Dio stesso provvederà l’agnello per l’olocausto, figlio mio!” aveva detto Abramo a suo figlio, pensando tremebondo all’orrendo sacrificio che si stava preparando a fare (Gen 22,8). Questa profezia del padre Abramo si realizza ora in Gesù, inviato dal Padre. L’Agnello è di Dio, appartiene a Dio e viene offerto per noi e al posto nostro. Però Lui viene volontariamente. Non è vittima inconsapevole, ma consenziente. Non è solo bianco perché rivestito di lana candida, ma puro e senza macchia. Veramente innocente. L’unico Innocente. La rivelazione che folgora Giovanni è ancora più grande: egli vede lo scopo per cui l’Agnello di Dio viene: “per togliere il peccato del mondo”. Nel quarto vangelo il peccato è lo stato di rottura in cui versa l’intera umanità nei confronti di Dio; è l’insieme di tutte le volte che gli uomini dicono di no alla vita che il Creatore offre a loro; è il doloroso ostacolo alla piena realizzazione di tutti gli esseri umani; è la tenebra che oppone resistenza alla luce, senza però vincerla (Gv 1,5). Dio viene mediante Colui che è il segno vivente del suo perdono per “togliere il peccato del mondo”. Viene, però, con la potenza nascosta dentro la debolezza. Dio viene come il volo di una colomba a riposare sul suo Messia. Giovanni vede lo Spirito e riconosce nel suo modo delicato di posarsi e rimanere su Gesù il segno che gli era stato preannunciato divinamente durante le sue meditazioni nel deserto. Nelle Sacre Scritture si parla diverse volte della discesa dello Spirito su re e profeti, ma allora si dice ripetutamente che lo Spirito di Dio “irrompe” su di loro, o, addirittura, li “investe” (Gdc 14,19). I profeti sentivano questa presenza come un “peso” che li costringeva a parlare nel nome di Dio (Ger 23,33-39; Ez 8,1) Addirittura Geremia parla di “violenza” e “fuoco ardente nelle ossa” per cui era impossibilitato a tacere (Ger 20,7-9). Giovanni stesso aveva sperimentato la potenza della Parola cadere come un peso su di lui proveniente dal Cielo (Lc 3,2). Gesù invece non viene investito dallo Spirito Santo, ma rivestito e imbevuto, impregnato, cioè, battezzato e immerso in Lui. Ma non come nell’acqua che poi se ne va, scivola via. Lo Spirito rimane su di Lui come nel luogo del suo riposo, nella sua dimora. Come dice Gesù stesso: il suo corpo ora è il tempio santo di Dio (Gv 2,21). Il Verbo di Dio incarnato è ormai la casa di Dio sulla terra. Ed è entrando in essa che entriamo nel regno di Dio, se ci lasciamo battezzare nella fede in Gesù rinasciamo da acqua e Spirito (Gv 3,5-6). Giovanni intuisce che la permanenza delicata dello Spirito nel Messia darà a costui la capacità di battezzare in un battesimo superiore al suo: “E’ lui l’unico che può battezzare nello Spirito Santo”. Per questo Giovanni, contemplando l’Agnello che viene, dice: “Questi è il Figlio di Dio”. E noi lo affermiamo insieme con lui: “Gesù è il Figlio di Dio”. Non ci resta che accoglierlo e seguirlo.

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