1 novembre 2026 – Mt 5,1-12
Il discorso delle Beatitudini è ambientato in modo da ricordare Israele accampato ai piedi del Sinai in attesa di ricevere da Dio, per mezzo di Mosè, la Legge che lo avrebbe costituito come popolo di Dio: “Israele si accampò davanti al monte. Mosè salì verso Dio e il Signore lo chiamò dal monte” (Es 19,2-3). Gesù, però, non è il nuovo Mosè, non riceve da Dio una nuova Legge. Ma, vedendo le folle, sale sul monte e si siede nel posto che spetta a Dio ed è Lui stesso che parla. Gesù è Dio che parla. Le sue sono “Parole di grazia”, parole piene di amore, che destano meraviglia negli ascoltatori (Lc 4,22). Il nuovo Mosè, il mediatore attraverso cui le parole del Signore giungono a tutta l’umanità sono i suoi discepoli, i più vicini a Lui, a tiro di voce. Siamo noi, pronti ad accogliere la sua Parola e ad annunciarla a chi non l’ha sentita o a chi non l’ha capita bene.
“Vedendo le folle, Gesù si mise a parlare e insegnava dicendo: Beati!”: non è una sfilza di ordini quella che esce dalla bocca di Gesù, non è un elenco di precetti o dei nuovi comandamenti. Sono delle dichiarazioni. Gesù dichiara per nove volte il nostro diritto alla felicità e per nove volte ce la dona. Lui ci contempla felici, beati, nella situazione nella quale ci troviamo. Vede che le nostre miserie, infermità, tormenti e afflizioni (vv.10-12) racchiudono, nascondendolo come in uno scrigno, il Regno di Dio. Dichiarando la nostra felicità, Lui apre lo scrigno e contempla nel suo popolo la presenza del Regno. Vince in noi la morte, ci apre alla luce della vita e della resurrezione.
Dunque le beatitudini non ci dicono quello che dobbiamo fare, ma quello che siamo. Le possiamo dividere in due parti: quelle che descrivono la nostra interiorità (le prime quattro) e quelle che sono più di carattere pratico, attivo (le altre). I poveri in spirito sono felici, perché a loro appartiene il Regno dei cieli: essi non si appartengono, sono spossessati di sé stessi: il loro cuore, la profondità del loro essere, la loro interiorità è piena di Dio. I ricchi in spirito, che pure esistono, hanno il cuore ingombrato da altre cose. Non c’è spazio per due padroni nel nostro cuore!
Gli afflitti, gli oppressi, sono felici, perché Dio è dalla loro parte e si impegna a rovesciare le loro sorti. I miti sono beati, perché si oppongono, resistendo nella pace, ai violenti, resi simili a Gesù “mite e umile di cuore” (11,29), messia “pacifico – mansueto” (21,5), che ha ricevuto dal Padre ogni potere in cielo e in terra (28,18).
Felici sono quelli che desiderano ardentemente che si compia la volontà di Dio, il suo progetto di amore e di salvezza (hanno fame e sete della giustizia). Il regno di Dio per loro è una priorità assoluta, non sono appesantiti dalle preoccupazioni ossessive di “che cosa mangiare e bere” (Mt 6,25.31.33). Come Gesù, il cui cibo era fare la volontà del Padre e compiere la sua opera (Gv 4,34).
I misericordiosi sono felici, perché come Gesù, hanno capito cosa è più importante per Dio: “misericordia, non sacrifici” (9,13; 12,7; 23,23). Gesù è venuto per i malati, non per i sani; per i peccatori, non per i giusti. Perciò anche i cristiani perdonano, invece che vendicarsi. Accolgono e soccorrono i bisognosi, invece che vivere chiusi in sé stessi.
I puri di cuore, liberi da ogni ipocrisia e doppiezza, sono l’albero buono che dà frutti buoni, gli uomini buoni che traggono buone cose dal Tesoro prezioso che è nel loro cuore (12,33-35). Sono felici perché in loro dimora Dio e loro possono contemplarlo continuamente. Anche in Paradiso “vedranno il suo volto e porteranno il suo nome sulla fronte” (Ap 22,4).
Operatore di pace non è chi è in pace, ma chi la procura. Chi mette pace tra fratello e fratello, rendendo così possibile, nell’unità e nella comunione, accostarsi a Dio nella preghiera (Mt 5,23-24). La pace tra le persone, la concordia è anche la condizione perché la preghiera sia efficace (Mt 18,19).
La felicità nella persecuzione a causa di Gesù (non per altri motivi!) è quella che, infine, caratterizza il cristiano, discepolo e annunciatore di Colui che “per la gioia che gli era posta dinnanzi, si sottopose alla croce e ora siede alla destra del trono di Dio” (Eb 12,2).