XXIX domenica anno C
XXIX domenica anno C

XXIX domenica anno C

È necessario pregare sempre

(Lc 18,1-8)

1Diceva loro una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi mai: 2«In una città viveva un giudice, che non temeva Dio né aveva riguardo per alcuno. 3In quella città c’era anche una vedova, che andava da lui e gli diceva: “Fammi giustizia contro il mio avversario”. 4Per un po’ di tempo egli non volle; ma poi disse tra sé: “Anche se non temo Dio e non ho riguardo per alcuno, 5dato che questa vedova mi dà tanto fastidio, le farò giustizia perché non venga continuamente a importunarmi”». 6E il Signore soggiunse: «Ascoltate ciò che dice il giudice disonesto. 7E Dio non farà forse giustizia ai suoi eletti, che gridano giorno e notte verso di lui? Li farà forse aspettare a lungo? 8Io vi dico che farà loro giustizia prontamente. Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?».

La preghiera è uno dei temi preferiti da Luca. Con la preghiera della comunità, infatti, egli apre e chiude il suo vangelo (Lc 1,10; 24,53). Ma oggi ci parla della preghiera personale, anche se la vedova povera, sola e indifesa ci può far pensare alla piccola comunità cristiana, debole di fronte alle persecuzioni che cominciavano a farla soffrire già da allora.

Il tema viene enunciato così: “parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi mai”. Il cristiano sa che bisogna pregare, sente la necessità di pregare. Ma fa impressione l’avverbio di tempo: “sempre”; e il modo: “senza stancarsi mai”. Come è possibile pregare sempre, senza stancarsi mai? A volte è una vera impresa mettersi a pregare quando si trovano tante cose più urgenti da fare. Quando si riesce a farlo, ci troviamo a combattere contro molteplici distrazioni. Pregare sempre ci risulta impossibile e, se riuscissimo a farlo, sarebbe veramente molto faticoso e stancante! Ecco l’esempio di una vedova che vuole assolutamente ottenere giustizia. La sua ferma decisione di importunare ostinatamente il giudice malvagio ci fa intendere che il suo stato di bisogno era veramente grande. Era una questione di vita o di morte. La consapevolezza che la preghiera è una questione di vitale importanza ci dovrebbe spingere a farla con perseveranza. O preghi o muori. Se la preghiera è il respiro dell’anima, senza di essa muori per asfissia. La creatura non può vivere senza rapportarsi con il suo Creatore, senza essere in comunione continua con Lui, senza essere cosciente della sua dipendenza esistenziale da Lui. Non posso vivere senza Dio, per questo prego. Dio è il mio ambito vitale. S. Paolo dice: “Per me vivere è Cristo” (Fil 1,21). La vedova, poi, è l’immagine per eccellenza della debolezza: non ha più il marito che la difenda, è priva di appoggi umani, non ha tutele legali. Si trova a combattere su due fronti: un avversario, che presumibilmente la sta vessando (con richieste di denaro?) e un giudice miscredente e privo di un briciolo di umanità. La situazione è insostenibile. Ma lei non si scoraggia. Scopre dentro di sé una forza: la resistenza, la testardaggine. Mette in atto una strategia di logoramento. Dato che il giudice malvagio non vuole essere infastidito, lei lo sfinisce con le sue insistenze. E vince. La forza della piccola vedova è dunque la sua capacità di perseverare nella lotta, senza scoraggiarsi. Non teme la fatica, non molla, non si stanca, appunto. Il giudice è blindato, inattaccabile, impermeabile a ogni sentimento di pietà. Ma cede: “Questa vedova mi dà tanto fastidio, le farò giustizia perché la smetta di scocciarmi!”. Allora ci verrebbe da concludere che la preghiera deve infastidire Dio fino a stancarlo? Non è così, dice Gesù, perché Dio non è come il giudice malvagio. Lui ama i suoi figli, i suoi eletti. Eventualmente siamo noi che proiettiamo su di Lui le nostre idee sbagliate. Lo pensiamo insensibile e lontano, chiuso nella sua inaccessibilità. Lo sentiamo così non solo quando non fa quello che gli chiediamo, ma anche quando preghiamo faticosamente, quasi con disgusto, immersi nell’aridità, nella notte oscura della fede. Ma Dio non è come il giudice disonesto, anche se a volte (o spesso!), si nasconde e sembra lasciarci soli. No, non è sordo. È Dio. Assolutamente libero, non si lascia programmare da noi. Sappiamo che ci ama. Sappiamo che verrà. Farà giustizia. Interverrà nella nostra situazione e ci salverà. Ma non sappiamo quando. Perché verrà all’improvviso, come un ladro. Il quando e il come lo decide lui.

A questo punto Gesù ci interpella con un interrogativo inquietante: “Il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?”. Pensiamo per un attimo cosa sarebbe successo se, nel momento in cui il giudice decide di aprire la porta, la vedova, stanca, se ne fosse andata! Gesù ha questo timore e ce lo manifesta: “Ce la farai ad aspettarmi?”. Mi viene spontaneo rispondergli: “Sì, io ci sarò!”. La fede è la forza che ci rende capaci di attendere senza stancarci, senza mollare. Signore, aumenta la nostra fede, affinché ci ostiniamo a pregare sempre, nell’attesa fiduciosa della tua venuta!

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